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Cara impiegata dell’anagrafe

Un tranquillo lunedì di paura, all’anagrafe di Pecoralessa* (*nome di fantasia per non rivelarvi dove abito, anche se, tra i miei 20 lettori, 19 lo sanno già). Sì, perché sono già passati 10 anni e un po’ dai miei 15 anni, e a ricordarmelo – parecchio indelicatamente – ci ha pensato il comune con una letterina che mi richiamava al rinnovo dei documenti.
Considerando che la foto della mia precedente carta di identità risaliva ad un’epoca in cui a mala pena sapevo mettere la matita per gli occhi e il mio problema principale era capire l’aoristo, ho ceduto e mi sono recata in anagrafe. Ho aspettato pazientemente il mio turno come in coda dal salumiere, con la consapevolezza che invece di etti di prosciutto si trattasse di anni passati: sono 10 anni, che faccio, lascio?download (1)
Mentre immagino che l’impiegata sezioni il mio tempo a fette sottili, compare, rosso e luminoso sul display, il numero del mio talloncino. Buongiorno cara impiegata dell’anagrafe, questo è il mio primo rinnovo della carta d’identità. Eh già, l’adolescenza è finita. Le sue dita grassocce, strizzate in un numero eccessivo di anelli, battono sui tasti senza indulgenza, né per il computer né per le mie riflessioni nostalgiche.

Posso conservare la foto vecchia?
Certo.

Ho un cognome ispanico, pomposo e dal retrogusto esotico. Tre parole al sapor di immigrazione che compongono un concetto solo, il mio cognome. La parolina che sta in mezzo, che lega le altre due, è un “de”. Un “de” MINUSCOLO. E io sono molto pignola sulla minuscolità del mio “de”. È un mio diritto. MA. Nella vecchia carta di identità era maiuscolo, per pigrizia dell’impiegato precedente, o per mia ingenuità, non l’ho mai capito.

Posso chiederle di scrivere il “de” minuscolo?

Una variazione. Sto chiedendo una modifica, all’ufficio anagrafe di Pecoralessa. Sono audace e sfrontata.
Compaiono perle di sudore sulla fronte dell’impiegata. Probabilmente anche sotto gli anelli che costringono le sue mani si cela un po’ di umidità. Mi guarda. Non ci crede. Io invece la capisco. Nella mia vita la domanda che ho sentito più spesso è stata “come mai questo cognome spagnolo?” Perché sono svedese, mi pare evidente.

downloadControllo il suo atto di nascita, magari si è sbagliata e il De è maiuscolo.

Brivido. Vuoi davvero vedere che è tutta la vita che lotto per la minuscolità del mio “de” non avendone titolo?
Sparisce tra le pareti di plastica del suo sportello (Color burocrazia: bianco sporco, grigio chiaro o è solo polvere? Ma chi le sceglie le tinte degli uffici pubblici?)
Torna sconfitta, ma non del tutto. Non può arrendersi e concedermi la modifica.

Sì, ha ragione il “de” è minuscolo. Chiedo al capo ufficio.

Cosa dovrà chiedere? Di far protocollare l’autorizzazione al “de” minuscolo?
Sparisce. Torna ancora. Sorride beffarda.foto (1)

IL PROGRAMMA DEL COMPUTER NON PERMETTE DI INSERIRE LETTERE MINUSCOLE.

Ha vinto lei. Mi arrendo. Anche se mio padre sui documenti ha conquistato il suo “de” minuscolo, per me non è ancora tempo di vincere questa battaglia. Ma l’impiegata non si ferma, e decide, con la crudeltà propria di chi vince, di infierire sul cadavere del nemico:

PROFESSIONE?

Eccola, la sferzata mortale. Il sudato panico si trasferisce immediatamente dalla sua fronte alla mia.

Può mettere i trattini?
No, posso metterli solo per lo stato civile, visto che “nubile” non si può più scrivere.

Ho il diritto di non divulgare la mia situazione sentimentale, ma non quello di omettere la mia misera condizione professionale. (Né quello di avere il mio dannato “de” minuscolo)

In attesa occupazione?
No, che brutto, la prego. Sicura che i trattini niente?
Sicura.

Le propongo lanciatore di coriandoli, cavaliere dello zodiaco, ereditiera, percussionista di testicoli, giustiziere mascherato. Nulla, non cede.

Non può scrivere solo Laureata?
No.

Le ho fatto scrivere una professione a caso. O meglio, la professione a caso che sto cercando di svolgere seriamente. Perché metà del mio sangue parla una lingua che viene da sotto il Po (un bel po’ sotto al Po), e si porta con sé una buona dose di scaramanzia e superstizione: in attesa occupazione mi avrebbe – di sicuro – condannata a rimanere inoccupata fino al prossimo impietoso rinnovo dei documenti.

Sono 5.42€.

Giusto, chi perde paga.

Arrivederci, cara impiegata dell’anagrafe di Pecoralessa. Ci vediamo tra dieci anni.
Lei sarà più vecchia, e io più armata.

Processed with Moldiv[L’evoluzione fotografica della mia carta di identità]

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3 thoughts on “Cara impiegata dell’anagrafe

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